L’amore è…

images Amore non è una cosa tranquilla, non è delicatezza, confidenza, conforto.  Amore non è    comprensione, condivisione, gentilezza, rispetto, passione  che tocca l’anima o che  contamina i  corpi. Amore non è silenzio,  domanda, risposta, suggello di fede eterna,  lacerazione di intenzioni  un  tempo congiunte, tradimento di promesse mancate,  naufragio di sogni  svegliati.
Amore è toccare con mano il limite dell’uomo. Scrive Platone: «Gli amanti  che passano  la  vita  insieme non sanno dire che cosa vogliono l’uno  dall’altro. Non si può certo  credere  che solo per il  commercio dei piaceri  carnali essi provano una passione così  ardente a  essere insieme. E’ allora evidente che l’anima di ciascuno vuole altra cosa che  non è  capace di dire, e perciò la esprime con vari presagi, come divinando da un fondo  enigmatico e buio». Non bisogna leggere Platone in modo “platonico”, cioè ascetico, edificante, cristiano. Non bisogna intendere la mortificazione del corpo come mortificazione dei piaceri, delle passioni, della sessualità. Platone guarda più in alto, i problemi che gli stanno a cuore sono quelli della dicibilità della indicibilità, quindi le regole della ragione e gli abissi della follia. Guardando “le cose d’amore” o, come dice il testo greco, ta aphrodisia, Platone si chiede che cosa con esse l’anima riesce o non riesce a dire. E dove il dire si interrompe e la regola non basta a portare la parola ad espressione si apre lo sfondo buio del presagio e dell’enigma. Amore appartiene all’enigma e l’enigma alla follia.
L’amore porta fuori dal luogo dove solitamente si svolge la vita, crea uno stato di sospensione in cui spazio e tempo perdono estensione e durata. Estraneo all’ordinato scorrere della quotidianità, l’amore è atopos, è fuori luogo. Le cose d’amore, infatti, non appartengono al racconto dell’anima razionale perché, in loro presenza, l’anima subisce una dislocazione (atopia) che, spostando il regime delle sue regole, indebolisce il possesso di sé. La sua trama viene interrotta da qualcosa di troppo che, spezzando la continuità del dire e l’ordine del discorso, porta verso itinerari di fuga che l’anima non riesce a inseguire. Pulsioni e desideri, infatti, irrompendo come significanti incontrollati nell’ordine dei significati statuiti, producono nel senso quel controsenso che fa ruotare i discorsi senza immobilizzarli intorno a un dispositivo ideale che l’anima ha faticosamente raggiunto come sua connessione.

                                                                                                                                                                                 Serena Salpietro

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